27 febbraio 1544

Predica di Bartolomeo della Pergola in duomo



Invitato dal Morone, il quale probabilmente gli aveva anche indicato quali temi trattare, il frate minore conventuale Bartolomeo Golfi della Pergola predicò in duomo il 27 febbraio 1544, primo giorno di quaresima. Vista la fama del predicatore, la chiesa era gremita.

Il maggiore interesse del Pergola riguardò ovviamente la salvezza. In modo particolare, egli sostenne che le opere fatte per il proprio interesse personale erano idoli e come tali dannavano l’anima. Pertanto, riteneva che le opere umane non meritassero niente e i precetti di Dio fossero impossibili da osservare. Confidare nelle opere significava offendere Cristo, stimando insufficiente la sua morte. Era una «pazzia» che i predicatori incutessero il terrore del giudizio divino dal pulpito, dal momento che si era redenti dal sangue del Signore.

Anche l’interpretazione della predestinazione era molto stretta nel Pergola, al punto da affermare che agli eletti non sarebbe stato imputato peccato. La predestinazione non si poteva perdere: il giusto non poteva abbandonare la sua giustizia, né il peccatore rinnovarsi per la penitenza. Di conseguenza, il battesimo non aveva alcun valore salvifico e i fanciulli non battezzati, che fossero stati nel numero degli eletti, si salvavano.

Il Pergola non pronunciò il Sancta Maria e l'ora pro nobis. Negò l’invocazione dei santi «astutissimamente», come scrisse l'inquisitore più tardi, attraverso un silenzio molto eloquente. Insistette che Cristo era l’unica via di salvezza ed era sbagliata la concezione di chi temeva di andare a Lui direttamente, perché carico di peccati. Conseguentemente, il Pergola tacque sul purgatorio e sulle intercessioni per i defunti. Tacque anche sul supposto potere della chiesa di legare e sciogliere durante la confessione. Egli sosteneva che la confessione fosse «di diritto divino», ma non fosse indicata un’obbligatorietà temporale e gli uomini avrebbero fatto bene a confessarsi prima di tutto a Dio.

In quanto all’eucarestia, il Pergola stette molto sul vago, ma ciò che disse tendeva a un’interpretazione più simbolica che reale del sacramento. Egli, infatti, affermò che non erano necessarie tante preparazioni, prima di ricevere la comunione, e che bisognava, però, stare attenti a non commettere idolatria nel nominare gli accidenti. Affermò che l’eucarestia era come l’anello dato dallo sposo alla sposa in perpetua memoria del vincolo che li legava.

Alla fine, persino l’istituzione ecclesiastica veniva cautamente criticata, infatti deplorò apertamente le «tradizioni umane», sottintendendo, senza nominarle, quelle della chiesa. Sul digiuno affermò che, pur dovendo tenere conto delle indicazioni delle autorità ecclesiastiche, non era obbligatorio. Anche le elemosine non erano a suo giudizio vincolanti. Condannò la pompa funebre, sostenendo che era meglio dar le candele ai poveri, invece di accenderle in chiesa. Riprese l’oziosità di preti e monaci. Altrettanto libero si sentiva il Pergola di contrapporre la sua interpretazione della Scrittura rispetto a quella di alcuni padri della chiesa.

Ribadì il primato dello spirito sulla carne. Tutte le religioni, a suo avviso, erano carnali, mirando alla mortificazione della carne e non dello spirito.


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